E son traguardi

keep-calm-you-re-only-30-10Si, lo ammetto: la boa dei trenta un po’ mi spaventa. Di cose nella vita ne ho fatte tante, ma ho ancora tanti progetti a breve, medio e lungo termine. Tipo fare bungee jumping, imparare le danze polinesiane, diventare pasticcere, prendere un anno sabbatico per fare un giro intorno al mondo e imparare a suonare l’ ukulele…non necessariamente in questo ordine.

Ma ogni volta che la biondina del terzo piano mi da del lei, il disagio mi pervade e vorrei anche punzecchiarla facendole notare che i leggins non sono pantaloni e minacciarla dicendole che se non la smette i one direction si scioglieranno presto. In realtà rimango zitta e irrigidita per circa 20 minuti, che mi servono per capacitarmi che questa sciaquetta nata negli anni 90 è laureata!

– “Mi ha dato del lei, ti rendi conto? Non sarò mica così vecchia vero?”
– “Si figuri…”

Ecco, la triste realtà è che, anche se chiunque con qualche anno più di te ti dirà che sei ancora una bambina, di fatto sei una trentenne. E quando ti ripeti cose come “ma io sono ggiovane dentro” non ti accorgi che sei paragonabile alla vecchia in palestra coi panta fluo e la bandana… Questa mitologia dell’essere giovane de facto, oltre a essere smentita dall’uso di espressioni verbali desuete come de facto e desuete appunto, è facilmente confutabile anche attraverso la lettura di questo post che ho scritto mentre passavo la notte in bianco perché i ragazzi del piano di sopra ieri sera davano una festa ad alto tasso di decibel e anche di alchool suppongo.

Perciò ho riflettuto attorno a questo quesito antropologico di fondamentale importanza per la sopravvivenza della specie: “Ma cos’è che cambia davvero quando arrivi ai 30?”

Prima di tutto ho verificato sulla mia pelle che la forza di gravità esiste e non importa quatti squat tu faccia, quante volte – seduta alla scrivania durante la giornata – tu stringa le chiappe, quanti drenanti tu sciolga nel caffè: il culo prima o poi cede e quel giorno sarà meglio che tu ti faccia trovare pronta.

Ho iniziato ad avere intolleranze alimentari verso qualsiasi cosa senza ancora averne preso pieno possesso e ora mi ritrovo con più valsoia nel mio frigo che in quello di Gwyneth Paltrow e, cosa più evidente, ho costatato che se ti dicono “come stai bene” e tu e ti senti un pachiderma, significa che molto probabilmente il tuo peso forma è aumentato di 5kg. E per quanto tu possa spendere l’ira di Dio per il contorno occhi, ormai le occhiaie le hai tatuate.

Ho scoperto cos’è la cervicale, e ho capito che forse mamma non aveva tutti i torti quando mi diceva che mi sarei pentita di quella massa di capelli bagnati sul collo da maggio a ottobre. Ma ora so che Dio esiste: è l’osteopata!

Inizio ad accusare sintomi da hangover infiniti, se fino a qualche anno fa bastavano 5 ore di sonno per svegliarmi fresca come una rosa e affrontare la giornata, e anche una seconda uscita, adesso devo imprescindibilmente dormire almeno 8 ore notturne per affrontarne 14 diurne e la sveglia del mattino suona irrimediabilmente come una condanna a morte. Poi cambia proprio il metro di giudizio del “fare serata”. Una volta si sceglieva il posto in base al casino, adesso alla proposta di una sera infrasettimanale in colonne scatta la crisi di panico: “nooo raga troppo sbatti”. E dopo le 21.30 c’è il coprifuoco: pigiamino e zapping pre-sonno, con tanto di bavetta sul cuscino. Ma il fenomeno che mi infastidisce di più in assoluto è la tendenza ad usare superlativi e diminutivi a sproposito. La sera prima è tutto un “seratina?” “cinemino?” “sushino?”. Il giorno dopo si trasforma in sboronaggine senza freni: “Figa che seratona ieri sera?” “Fighissima,”. Anche ordinare da motopizza è un’evento mitico.

E vogliamo parlare del lavoro? A 20 anni il tuo più grande desiderio è diventare una strafichissima donna manager. Col telefono aziendale, le riunioni di lavoro, i viaggi e le telefonate in inglese. E ovviamente guadagnerai più dei tuoi genitori che, non a caso, ti stanno facendo studiare. A 30 anni te ne esci più volte con quanto sarebbe bello mandare a cagare tutto e trasferirti in provincia a coltivare l’orto e vendere frutta e verdura con l’ape-car. Di fatto lavori più dei tuoi genitori e guadagni meno e speri di trovare inaspettatamente una valigetta di denaro contante da mostrare a tua madre per convincerla che “stagista in agenzia di eventi” è un lavoro vero. Spesso ti domandi se questa storia della parità dei sessi non sia altro che una fregatura bella e buona. E nei momenti più oscuri arrivi a pensare che dopo il diploma avresti fatto meglio a girare il mondo con un pulmino hippy che tanto la vita va sempre un po’ come vuole.

Inoltre ho preso atto che, a parte me, negli ultimi tre anni si sono sposati tutti e questo non solo ti mette di fronte all’infinito replicarsi di uno di quegli errori che ormai l’umanità dovrebbe avere elementi sufficienti per non ripetere, ma costa anche un sacco di soldi! Però inizio a fantasticare sull’idea di avere dei figli, e cambio idea dopo aver visto le condizioni in cui ho appena lasciato la cucina. E sull’idea di avere dei figli col Mangiapanini, e ricambio idea quando realizzo che lui è svaccato sul letto a giocare con la playstation da più o meno 5 ore…

E, non ultimo, ho preso in considerazione l’idea di fare un test per l’Alzheimer dato che inizio a dimenticare nomi e facce che si trasformano in un “Ciao bella” detto a chiunque. Ma, più di tutto, ho constatato che è meglio evitare i selfie.

In compenso ho appurato che non c’è nulla che due aspirine, un piatto di carboidrato violento, un pianto terapeutico e un giro di shopping non possano risolvere. E non c’è giornata che alla fine non volga al termine. Ho capito che il lavoro è fatica e sbattimento, ma anche soddisfazione e che nella vita non bisogna prendersi troppo sul serio. E che l’amore è come cenare con una tazza di latte freddo e una busta intera di Pan di Stelle, senza nessun timore di ingrassare. Che la vera trasgressione è fottersene e restare a casa il venerdì sera.

Ho imparato, o sto imparando cos’è la pazienza. Il tempismo, perché c’è un istante ben preciso in cui bisogna sapere lasciare andare le cose. Per non trasformarle in ossessione, per non consentire a quelle stesse cose di trasformare noi. Credere. E accettare, in maniera consapevole e non rassegnata. Perdonarsi, ancora una volta e farlo sapendo che non sarà l’ultima. Cedere alle tentazioni con leggerezza, che non vi è nulla di male nella seconda fetta di torta. Il senso del dovere che ogni tanto dovremmo chiuderlo in un cassetto, quello stesso in cui impacchettiamo sogni, ambizioni e desideri. Una manciata di talento. Fortuna o culo che dir si voglia. Non avere paura, perché la paura è solo una scusa che raccontiamo a noi stessi quando lasciamo che la pigrizia abbia la meglio sulla nostra felicità. Saper cambiare, perché è l’unico modo che abbiamo per darci una possibilità.

E ho smesso di supplicare: Dio o chi per lui, gli altri, l’universo, il destino e tutto il resto. E di stirarmi i capelli. Ho deciso di somigliare solo a me stessa.
E con fierezza mista a incredulità posso dire: son traguardi.

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